Lo scorso sabato 5 settembre a Livorno una manifestazione di oltre 3000 persone ha portato in piazza l’opposizione allo sgombero degli Orti Urbani di Via Goito. Sei ettari di terreno, all’interno della città, che nel 2012 furono occupati dal Comitato disoccupati e precari della Ex Caserma Occupata. Oggi l’area è in parte coltivata ad orto da decine di persone che si organizzano in forma assembleare, in parte coperta di vegetazione e abitata da fauna selvatica. La grande manifestazione è stata un messaggio chiaro alla ditta di costruzioni Frangerini, che ha acquistato l’area all’asta per costruirci 4 stabili, ma anche all’amministrazione, responsabile di non essere intervenuta, quando avrebbe potuto, per cambiare la destinazione dell’area e che, anche ora, non sembra voler trovare soluzioni serie per fermare i progetti di cementificazione. Un messaggio anche al Tribunale di Livorno, che deve consegnare a Frangerini entro la fine di ottobre l’area “libera da cose e persone”. Un messaggio a Questura e Prefettura, perché sappiano che la solidarietà è vasta e che l’eventuale uso della violenza da parte della truppa – questa volta più che mai – non sarà accettato.
Ma soprattutto un messaggio che contribuisce a dare forza e speranza a tutte coloro che lottano, protestano, si attivano contro la speculazione privata, contro la cementificazione, contro la devastazione ambientale e il disastro climatico.
In meno di due mesi una questione strettamente locale ha assunto rilievo nazionale non solo nel dibattito pubblico, ma soprattutto nella presenza concreta di decine di delegazioni da tutto il paese al corteo del 5 settembre. Si è riusciti a far comprendere che non è una questione di Via Goito, ma globale, una questione che si inserisce nella lotta alla crisi climatica. Si è riusciti a far passare l’idea che non è un capriccio salvare un pugno di orti, qualche rovo di more, ciuffi di alberi, con la fauna che là abita, ma che è una questione politica centrale, che parla del modello di società e di città che vogliamo creare. Si è riusciti così a frantumare lo specchio deformante della propaganda dominante. Le istituzioni e i padroni della rendita e del mattone avrebbero voluto presentare gli Orti Urbani come un covo di abusivi che deturpano un terreno pur di trarne un vile profitto personale in forma di ortaggi. Questa lotta ci ha fornito il cannocchiale con cui vedere la società futura. Infatti per molti è ormai il costruttore Frangerini ad apparire come un imbonitore senza titolo, così come i suoi progetti sembrano arroganti pretese su un bene della collettività. Mentre il collettivo degli orti è finalmente visto con chiarezza come una delle realtà che rappresentano una speranza per una dimensione sociale collettiva e solidale. Se non sono i settori popolari a far saltare i piani di cementificazione non ci penseranno certo partiti, amministrazioni, padroni e padroncini, abituati alla spartizione del potere.
Non accontentiamoci di vedere in lontananza questa terra in cui la proprietà privata è bandita e i collettivi autogestiscono la società. Prendiamo in mano le nostre vite, costruiamola questa terra, a partire dalle lotte quotidiane.
Dario Antonelli